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15 marzo 2019

E’ ora di agire: la Terra ha bisogno di noi

Fridayforfuture, tutti i giorni si può cambiare

di Sandra Cangemi

Dodici anni: è il tempo che abbiamo per evitare un disastro climatico irreversibile. Lo afferma l’International Panel Climate Change, l’autorevole commissione internazionale che tiene d’occhio la febbre del pianeta.

La prima raccomandazione degli scienziati è di ridurre entro il 2035 le emissioni di anidride carbonica del 45% rispetto ai livelli del 2010, per essere completamente azzerate entro il 2050, investendo in tecnologie low carbon, rinunciando ai combustibili fossili, investendo in politiche di risparmio ed efficienza energetica, passando per nuovi sistemi di trasporto e agricoli. Questo significa una radicale transizione nella gestione di suolo, energia, industria, edilizia, trasporti, pianificazione urbana; significa abbandonare del tutto il carbone e anche il gas. Solo l’8% al massimo dell’elettricità nel 2050 dovrebbe provenire dal gas, naturale, gestito in impianti con cattura e stoccaggio del carbonio.

Ma le misure annunciate finora dai governi non bastano: consentirebbero un contenimento dell’aumento intorno ai 3°, secondo il rapporto “Emission Gap” prodotto dall’UNEP nel 2018.

Cosa possono fare I governi?

I governi avrebbero un ruolo fondamentale nel favorire la transizione dalle fonti fossili alle rinnovabili, attraverso una politica di incentivi e disincentivi (tassazione, sgravi fiscali, sussidi), di sostegno alla formazione, educazione, riqualificazione professionale, ricerca, innovazione tecnologica, digitalizzazione e automazione, finalizzate alla trasformazione sostenibile di tutti i settori del sistema produttivo, dall’industria all’agricoltura, all’economia circolare, alla transizione e all’efficienza energetica, alla mitigazione e adattamento degli effetti dei cambiamenti climatici. Il che tra l’altro creerebbe milioni di posti di lavoro!

E’ importante inoltre che le politiche energetiche vengano realizzate con la partecipazione democratica dei cittadini, per poter valutare le necessità, gli impatti e le le soluzioni, incentivando il decentramento della produzione (installazione di sistemi produttivi di dimensioni ridotte, in particolare mini-fotovoltaico, per migliorare l’efficienza e decentrare il controllo sulle fonti di produzione).

Riequilibrio delle disuguaglianze

Questa indispensabile conversione ecologica (ma anche economica e sociale) non comporterebbe un “ritorno all’età della pietra”, come sostengono i detrattori, ma al contrario un riequilibrio delle diseguaglianze sociali, una maggiore partecipazione dei cittadini, una democratizzazione della società, un aumento della coesione sociale delle comunità, una riduzione del vergognoso gap tra paesi industrializzati e paesi impoveriti e un miglioramento della salute collettiva.

Miglior livello di buon vivere

E questo senza contare i benefici effetti non solo sul clima ma sull’ambiente in generale, che è la base della vita di tutti. Basti pensare alla fondamentale importanza della biodiversità perché i viventi possano adattarsi ai cambiamenti ambientali.

La forza delle nuove generazioni

Purtroppo contro questa indispensabile rivoluzione pesano ancora moltissimo gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari. Per questo è davvero importante che i giovani, in tutta Europa, siano finalmente scesi in piazza per dire a gran voce ai potenti della terra: “Non c’è più tempo. Ci state togliendo il futuro. Dovete agire ora!”

Tutti possiamo fare qualcosa

Non dimentichiamo però che del disastro climatico siamo tutti più o meno responsabili, per lo meno da questa parte del mondo. Ogni scelta quotidiana può essere parte del problema o della soluzione: spostarsi in bici o con i mezzi pubblici oppure in auto, riusare e riciclare i materiali o buttare quintali di spazzatura, mangiare legumi biologici o bistecche, investire i soldi in banche etiche e iniziative dell’economia solidale o in banche che finanziano il carbone…


4 dicembre 2018

Un fiume ha dei diritti?

di Sandra Cangemi

Fiumi come persone. E’ l’ultima frontiera giuridica dell’orientamento degli ultimi anni di riconoscere la madre terra (vedi costituzioni di Ecuador e Bolivia, non a caso paesi con forte presenza di popolazioni indigene) soggetto di diritti.

Per la prima volta nel 2017 è stata data personalità giuridica a un fiume, il Whanganui in Nuova Zelanda, con due rappresentanti legali, uno nominato dalle comunità Maori (per le quali il fiume è sacro) e l’altro dal governo. Poco dopo è successa la stessa cosa in India: la Corte suprema dell’Uttarakhand, stato settentrionale attraversato dall’Himalaya, ha decretato che il Gange e lo Yamuna, suo principale affluente, avranno lo status di «entità legali e viventi con status di personalità giuridica», cioè con gli stessi diritti di una persona: se qualcuno li danneggia, sarà punito come se avesse ferito o ucciso un essere umano.

Sempre meno, sempre più contesa. Water grabbing.

Sprecata e inquinata a tutto spiano negli ultimi decenni – oggi ognuno di noi ha a disposizione un terzo dell’acqua dolce che avevamo circa cinquant’anni fa: da 17.500 a 7.500 metri cubi annui, indispensabile alla vita ma distribuita in modo estremamente iniquo (un italiano consuma in media da 20 a 30 volte più acqua di un africano medio; molto di più se si considera l’impronta idrica, cioè l’acqua usata per produrre beni alimentari e non), oggi è il vero petrolio: contesa, sottratta, venduta, privatizzata. Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, autori di Water grabbing, le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo (EMI, 2018), hanno censito 507 guerre in corso per il controllo dell’acqua, in molte aree del mondo, a cominciare dal Medioriente, dalla Palestina alla Siria (una delle cause principali del conflitto in corso, di cui si parla molto poco, è stata una grave e prolungata siccità, di cui la principale responsabile è la Turchia, dove un immenso sistema di dighe su Tigri ed Eufrate priva di risorse idriche sia Siria che Iraq.

Ogni anno 3,6 milioni di persone – 7 persone al minuto – muoiono per malattie (l’85% del totale secondo l’OMS) connesse all’uso di acqua non potabile, più che per le guerre e l’AIDS, e il 90% ha meno di 14 anni. Si calcola che nei paesi impoveriti ogni anno muoiano almeno un milione e mezzo di bambini sotto i 5 anni. Secondo l’OMS per raggiungere questo obiettivo servirebbero circa 18 miliardi di dollari all’anno, 11 solo per le fognature (nel 2008 ne sono stati stanziati 7,4).

L’impronta idrica: come cambiare i nostri comportamenti
Si tratta di un parametro elaborato dall’Istituto dell’educazione per l’Acqua dell’Unesco e utilizzato per la prima volta dal Planet Living Report del 2008. Per esempio, per produrre una tazzina di caffè occorrono 140 litri di acqua, 184 per un chilo di pomodori; 300 per un litro di birra, 1.000 litri per un litro di latte, 1.600 per un chilo di pane, 1.800 per un chilo di zucchero, 2.400 per un hamburger, 2.500 per un chilo di riso, 5.000 per un chilo di formaggio, 10.000 litri per un chilo di cotone (pensate al nostro consumismo di abiti…), 15.400 per un chilo di carne di manzo, 20.000 per produrre un computer.
Nel valutare quanta acqua consumiamo, dobbiamo quindi anche tenere conto di quanti prodotti in genere consumiamo, e considerare che molti vengono realizzati con risorse di altri paesi. Per esempio la Royal Society of Engineers calcola che due terzi dell’acqua usata per produrre cibi e bevande consumati in Gran Bretagna vengono in realtà da paesi che soffrono di carenza idrica. Per i paesi ricchi, dal 60 al 95% dell’impronta idrica totale è rappresentata in realtà da acqua prelevata fuori dal territorio nazionale.
E in Italia? Secondo Silvana Galassi, ricercatrice del CNR e docente di ecologia all’Università degli studi di Milano, “il nostro paese è caratterizzato da un’impronta idrica molto elevata: oltre seimila litri a testa al giorno, di cui il 51% dipende da acqua virtuale inglobata nei prodotti importati dall’estero, in molti casi da paesi con risorse idriche scarse (con 62 mld di metricubi all’anno, l’Italia è il terzo importatore netto di acqua virtuale al mondo). La dipendenza dalle importazioni, soprattutto nel settore alimentare (circa il 50% della nostra impronta idrica è legata al consumo di cibi di origine animale, soprattutto carne e latticini), ci deve far riflettere sul fatto che le risorse idriche sono insufficienti per soddisfare le nostre necessità anche in un territorio come quello milanese caratterizzato da una grande disponibilità di acque di superficie e di falda. Del resto negli ultimi anni abbiamo sperimentato come nei periodi siccitosi l’acqua sia stata contesa tra agricoltori e produttori di energia idroelettrica mentre durante i periodi di pioggia particolarmente intensa abbia rappresentato una minaccia per i raccolti, le strutture urbane e un rischio idrogeologico diffuso su tutto il territorio. D’altra parte il deterioramento delle acque dal punto di vista qualitativo, dovuto alla presenza di nitrati, erbicidi, pesticidi, metalli, solventi e altri composti di origine industriale ha spesso creato problemi per l’uso potabile delle pur abbondanti acque di falda”.

E’ possibile calcolare la propria impronta idrica usando il Footprint calculator del Water Footprint network.

Le prospettive
Il diritto all’acqua è stato inserito nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU: il numero 6 afferma l’impegno a garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie, migliorare la qualità dell’acqua, ridurne l’inquinamento, tutelare gli ecosistemi idrici e rafforzare la partecipazione delle comunità locali nella gestione dei servizi idrici e igienici.
Tuttavia le previsioni non sono brillanti, sia a causa dell’aumento demografico, sia a causa del continuo inurbamento (ormai più della metà della popolazione mondiale vive in città, per la prima volta nella storia dell’umanità), sia a causa dei cambiamenti climatici che, uniti al crescente inquinamento, rendono sempre più scarsa l’acqua dolce disponibile. Si prevede che le cose continuano così nel 2025 due terzi dell’umanità non avrà accesso all’acqua potabile. Secondo Emilio Molinari del Comitato Italiano del Contratto mondiale per l’acqua, nel 2030 si stima che la domanda d’acqua pulita supererà del 40% l’effettiva disponibilità e che il 70% della popolazione mondiale vivrà in città (il che significa miliardi di persone che vivono in immense baraccopoli senza acquedotti e fognature).

Pubblica o privata?
L’esperienza dimostra che la gestione dei privati è più costosa e meno efficiente, anche perché si tratta di un “monopolio naturale” dove non è possibile nessuna concorrenza).
L’obiettivo dei privati è fare profitto e distribuire dividendi agli azionisti (sono tre gli indici di borsa legati ai titoli – che negli ultimi anni hanno avuto un boom – delle grandi multinazionali del settore idrico, che in cinque si dividono l’80% del mercato). I privati spesso staccano l’acqua a chi non paga le bollette, come è successo a Detroit a 90mila cittadini indigenti. I privati non hanno interesse a portare l’acqua alle comunità rurali più lontane e disagiate, perché è troppo costoso e non garantisce remunerazione; né hanno alcun interesse a stimolare il risparmio di acqua, dato che per loro questa sarebbe una perdita economica (in Toscana per esempio in seguito al minore consumo di acqua da parte dei cittadini la bolletta è aumentata). Oltretutto, in Italia chi ha grandi disponibilità finanziarie è spesso legato alle mafie, che hanno bisogno di riciclare grandi quantità di denaro entrando in circuiti lucrosi (basti l’esempio della gestione dei rifiuti).
Chi difende la privatizzazione dice che l’acqua è di tutti, ma non necessariamente lo sono le infrastrutture per distribuirla, o per lo meno la loro gestione. Nemmeno questo però è più vero. In Cile, in Australia, in Canada l’acqua si vende. Un magnate texano ha comprato un lago in Alaska e ne rivende il contenuto alla Cina e all’Arabia Saudita. In Cile, l’acqua dei fiumi è lottizzata e venduta all’asta e uno dei principali proprietari è l’Enel, che la sfrutta per produrre energia idroelettrica.
Nelle 400 più grandi città del mondo la gestione del servizio idrico è pubblica nel 90% dei casi, e spesso laddove si è privatizzato si sta tornando al sistema pubblico (Berlino, Parigi, Grenoble), con miglioramento delle tariffe, della qualità dell’acqua e della partecipazione. A Parigi, per esempio, dal gennaio 2010 è stata costituita un’azienda speciale pubblica che garantisce gratuitamente a tutti i cittadini la minima fornitura necessaria (50 litri al giorno per persona) e un meccanismo di gestione partecipata. Il primo anno di gestione si è chiuso con una riduzione delle tariffe pari all’8%. In precedenza l’acqua di Parigi era gestita da Veolia e Suez, le due più grandi multinazionali del mondo in questo campo.

La gestione dell’acqua come palestra di democrazia
Di fatto le politiche dell’acqua nel mondo vengono decise dal Consiglio mondiale dell’acqua, partecipato dall’ONU ma di fatto in mano alla Banca Mondiale* e alle multinazionali (è presieduto da Suez e Veolia), che nessuno ha eletto e che difendono di fatto i propri interessi privati. E questo nonostante il fatto che l’ONU il 28 luglio 2010 abbia votato una risoluzione che definisce l’acqua potabile come diritto umano. Ora il movimento mondiale per il diritto all’acqua sta facendo una campagna per far sì che il Consiglio per i diritti umani dell’ONU approvi un protocollo per integrare esplicitamente il diritto all’acqua all’interno dei diritti economici e sociali, e in particolare a quello alla salute e alla vita, un trattato che diventerebbe vincolante per i paesi che lo sottoscrivono. Le proposte dei movimenti per l’acqua in Italia e nel mondo (riuniti nel Forum alternativo mondiale dell’acqua, FAME) sono: garantire a tutti una fornitura di base di 50 litri al giorno per persona ricorrendo alla fiscalità generale, scoraggiare gli sprechi imponendo una tariffa progressiva, migliorare la qualità dell’acqua e la manutenzione degli impianti per diminuire le perdite, incentivare il risparmio idrico e la riduzione dell’inquinamento dell’acqua da parte dell’industria, dell’agricoltura e dei privati, favorire la partecipazione dei cittadini alla gestione dei servizi idrici.
Forti movimenti di protesta contro la privatizzazione dell’acqua in molti paesi (tra cui Italia, Stati Uniti Sudafrica, Nuova Zelanda) hanno fatto sì che dall’inizio del Duemila in 180 città ed enti locali di 35 paesi ci siano state esperienze di ritorno alla gestione pubblica, per esempio a Tucuman in Argentina o a Felton negli Stati Uniti, dove la popolazione locale ha acquistato collettivamente la rete. L’esperienza dimostra che è possibile, spesso con ottimi risultati, anche una gestione comunitaria delle risorse idriche. Secondo la Rivista Aqua Vitae n. 12 del 2010, in undici paesi dell’America Latina sono stati censiti oltre 50 mila sistemi comunitari che provvedono all’accesso all’acqua per oltre 30 milioni di persone. Dai 16 mila della Colombia (ne usufruiscono 12 milioni di persone) ai 1.456 del Cile (un milione e mezzo i beneficiari), dai 12 mila del Perù (oltre 8 milioni di persone) ai 2.500 del Paraguay (1.200.000 persone). In Bolivia il censimento si ferma a 4.500 sistemi (con 2.250.000 abitanti coinvolti). Molte esperienze simili in Perù e in Nicaragua, dove i Comités de agua potable y saneamiento hanno ottenuto riconoscimento legale nel 2010. In Argentina le cooperative popolari riforniscono di acqua il 10% dela popolazione. E ci sono esperienze analoghe negli Usa (3.300 strutture), in Canada (200), in Austria (più di 5.000), in Danimarca (oltre 2.500) e in Finlandia (1.500). In numerosi paesi come Argentina, Messico, Perù, Colombia, ma anche Stati Uniti e India, in molte zone vengono gestiti da associazioni collettive anche i corsi d’acqua e i canali di irrigazione. La gestione collettiva dell’acqua si dimostra quindi una grande palestra di democrazia diretta.


SANDRA CANGEMI 
giornalista, attivista, ambientalista ed educatore
Giornalista, si è occupata in particolare di salute, ambiente e inchieste sociali. Come volontaria ha lavorato, tra le altre cose, per 12 anni con il gruppo scuole della cooperativa Chico Mendes, elaborando giochi e altre attività su temi ecologico/economici per studenti di vario grado. Nel 2011 ha contribuito a fondare la cooperativa sociale Praticare il futuro, dove lavora come coordinatrice dei servizi educativi per i minori ed educatrice.
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